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Intellettuali e politica, visione e pragmatismo: risposta a Sandro Bondi

Ma dov'è finita
la "lucida follia"?

di Alessandro Campi* Che gli intellettuali abbiamo molto da farsi perdonare, basta guardare a ciò che hanno combinato nel Novecento, si può convenire. Che non tutti, specie in Italia, siano all’altezza della loro fama, meritevoli perciò di lodi e attenzioni, posso anche essere d’accordo. Che siano dei vanesi e sovente delle banderuole, chi lo nega? Ma che siano per definizione dei buoni a nulla, capaci solo di sputare sentenze dall’alto del loro sterile sapere, inadatti a cogliere la realtà, tutti, senza distinzione, perché si sa come pensano e ragionano gli intellettuali, in modo astratto e sempre inutilmente critico, beh, ci andrei decisamente più cauto. Specie se fossi il Ministro dei Beni culturali. Specie se fossi, come nel caso di Sandro Bondi, uno degli uomini che meglio conosce la parabola umana e politica di Silvio Berlusconi.

Già, Berlusconi. Nel mio articolo sul Riformista dello scorso 2 febbraio – che Bondi sul Giornale di ieri ha duramente contestato, ma sempre col suo modo garbato e civile – ho espresso dubbi su taluni aspetti, oggi divenuti predominanti, del berlusconismo. In particolare, me la sono presa con una certa visione emergenziale e minimalista della politica, che tende ormai ad esaltarsi e a dare il meglio di sé solo quando i problemi le si presentano dinnanzi in forma drammatica, senza mai riuscire ad anticiparli o prevenirli. Una politica che perciò è destinata ad avere il respiro corto, ad andare a rimorchio della contingenza, senza mai guardare avanti, al lungo periodo, senza mai porsi obiettivi strategici.

Ho riassunto tutto ciò, polemicamente, nel nome di Guido Bertolaso, divenuto non a caso l’uomo-simbolo, ai miei occhi negativo, di questa poco esaltante stagione politica: una sorta di Mr. Wolf, come nel film di Tarantino, che arriva sulla scena solo quando c’è un problema o un’urgenza da risolvere e poi se ne va, senza mai un sorriso.

A quest’idea di politica, che riflette l’affanno dell’Italia odierna, il suo perenne girare a vuoto intorno alle grandi questioni che stanno a cuore ai cittadini, il suo essere incatenata ad una sorta di eterno presente, ne ho affiancata un’altra, progettuale e costruttiva, capace di grandi visioni e di grandi realizzazioni, che vada oltre la gestione ordinaria dell’esistente, e che a pensarci bene è anche quella più aderente alla matrice autentica e originaria del berlusconismo. Bene, mi viene detto che questo modo di ragionare è quello tipico della cultura di sinistra, degli intellettuali organici di una volta, malati di ideologia, che con l’idea di costruire il futuro, a partire dalle loro elaborazioni mentali e non da un’esatta conoscenza del mondo reale, hanno finito per produrre solo disastri. Sarei dunque, come tutti gli intellettuali, uno che vive nel regno della fantasia e dei sogni e per questa ragione, spiega Bondi, non posso comprendere le ragioni e il significato della presenza di Silvio Berlusconi nella storia italiana.

Sarà, ma mi viene da chiedere, a questo punto,  che ne è dello  slancio visionario e immaginifico, addirittura utopistico, che è stato alla base della fortuna politica di Berlusconi. Non è stato proprio quest’ultimo a presentarsi sulla scena pubblica nazionale nei panni di un autentico rivoluzionario, di un innovatore radicale, intenzionato a costruire, mentre tutti gli davano di matto, una “nuova politica” e una “nuova Italia”? Il Cavaliere in tutti i modi può essere definito fuorché un intellettuale, ma è certo che proprio sulla mancanza di senso della realtà, sulla ragion critica e sulla progettualità di ampio respiro egli ha edificato il suo mito.

A dispetto di ciò, alla “lucida follia”, degna di un grande umanista rinascimentale, che per tanti anni ha guidato le scelte prima imprenditoriali e poi politiche di Berlusconi, Bondi oggi oppone l’elogio del buon senso, il riformismo dei piccoli passi, il dinamismo che nasce dalla società civile e non dal vitalismo del leader e dalle sue capacità intuitive. Contro ogni rischio di intellettualismo, contro il pericolo di un eccesso di immaginazione, egli invoca il realismo e il pragmatismo, dimenticando che questi ultimi sono guide per l’azione, strumenti o regole di condotta, ma non definiscono l’obiettivo generale che un politico intende raggiungere. Sono un mezzo, non il fine in sé. Quanto alla “cultura del fare”, ben venga in un paese amante delle chiacchiere, ma essa ha un senso nel quadro di un disegno politico e di un’idea della società, di un progetto politico che guarda lontano, altrimenti è solo un navigare a vista, giorno dopo giorno.

La cosa buffa, insomma, è che criticando il Berlusconi di oggi, che mi appare stanco e privo dell’antico slancio, confuso e ossessionato dai suoi problemi personali, ultimamente neppure più in grado di governare la sua stessa creatura politica, dove a farla da padroni sono ormai potentati locali e piccoli gruppi di potere privi di un’idea politica regolativa, io ho in realtà tessuto l’elogio, magari involontario, del Berlusconi che proprio Bondi in passato ha sempre proposto a modello: quello capace di reinventarsi in ogni circostanza, mai prigioniero della realtà ma sempre pronto a scavalcarla e a indirizzarla secondo la sua volontà, capace di pensare in grande e di vedere ciò che gli altri non vedono. Esattamente il Berlusconi che è sempre piaciuto al suo popolo, forse meno a chi grazie a lui ha fatto fortuna: anticonformista e nemico delle convenzioni, sognatore e amante dei grandi scenari, pirotecnico e appunto visionario, del quale si comincia a sentire nostalgia. È divertente scoprire, alle fine, che tra me (l’intellettuale con la testa tra le nuvole) e Bondi (il politico pratico) il vero berlusconiano sono io.

*Direttore scientifico della Fondazione Farefuturo

Articolo apparso (in forma ridotta) sul
Giornale del 5 febbraio 2010

 
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