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Umberto Veronesi
L'affermazione di Veronesi è una sciocchezza. E, poi, capiamoci sulle parole...

«La religione non fa ragionare».
Ma Galileo non sarebbe d'accordo

di Federico Brusadelli «La religione impedisce di ragionare», dice il professor Veronesi. Così, senza se e senza ma. Perché – continua lo scienziato – la fede è «integralista per definizione», e ognuna «esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico». Non ce ne voglia il professore, ma francamente, anche a chi, come scrive, non recita i vespri, non si confessa e non va neanche a messa, pare una sonora sciocchezza. E sarebbe troppo facile rispondere snocciolando i nomi di credenti che sono anche stati ragionanti (eccome!): Sant’Agostino, Newton, Giordano Bruno, Nagarjuna, San Tommaso, Maimonide, Averroè, Ildegarda di Bingen, Spinoza, Galileo. Uomini di fede eppure di dubbio, come dimostrano le loro vite, le loro opere, le loro ricerche. Troppo facile. Perché il punto, forse, è solo lessicale. E sta nella definizione di cosa sia la “religione”.

L’arcano si svela leggendo il resto delle dichiarazioni rilasciate da Veronesi a Sky Tg24: «Vivevo in una famiglia religiosissima, ho recitato il rosario tutte le sere fino ai quattordici anni». Ah ecco. Se questa è la “religione” secondo Veronesi, ben si capisce la sua reazione di rifiuto, il suo elogio dell’ateismo assoluto, la sua convinzione, più volte espressa, che tra fede e ragione si stenda un abisso invalicabile. E se per “religione” si intende la recita pappagallesca e distratta di parole e liturgie, se la “religione” è quella che, tristemente, si limita a sindacare su quel che si fa sotto le lenzuola, se la “fede” è quella di chi va a messa solo per far vedere che ci va, e se per “fede” si intende la croce sul tricolore, l’operazione White Christmas, la caccia all’infedele, il paravento di cui si servono lacchè e baciapile di vario genere e di vario orientamento, la bandierina da piantare con spirito di conquista, allora forse Veronesi avrebbe un pizzico di ragione in più.

Ma non è così, per fortuna. Lo spirito religioso, quello vero, quello che da sempre scorre potente nella storia dell’uomo, quello che ha dato forma all’arte (le piramidi e i templi, le chiese e le moschee, gli affreschi e gli altari), quello che ha gettato i semi della scienza (sì, caro Veronesi, è così, dall’astronomia al calendario tanto per intenderci); e la fede, quella vera, quella che tende all’Uno, quella che vede nell’uomo una scintilla dell’assoluto, quella che spera di riuscire a pulire l’anima propria (più che obbligare gli altri a pulire la loro, e qua sta la grande differenza tra chi ha fede e chi la sbandiera soltanto); ecco, ridurre tutto questo a cieca obbedienza, superstizione, ignoranza, caro professor Veronesi, è volutamente miope.  Fede e scienza, la “buona” fede e la “buona” scienza, non sono in antitesi, non possono esserlo. Vanno nella stessa direzione, in fondo. Vanno verso la conoscenza, la comprensione, il senso. Per essere “religiosi”, ciascuno a modo suo s’intende, basta questo. Così come per essere scienziati non è necessario dar prova di ateismo. «Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi», scriveva qualche decennio fa non un papa, ma uno scienziato di nome Albert Einstein.

5 febbraio 2010
   

 
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