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Un progetto per rendere la "leadership femminile" una realtà vera e diffusa

"The Girl Effect": la strada
per un nuovo femminismo?

di Federica Colonna Che cosa è una ragazza? Quale immagine viene in mente davanti alla scritta, in caratteri cubitali, arancioni, senza nulla intorno, solo le lettere: girl? C’è chi penserà alle movenze di una Letteronza qualsiasi, chi alla propria ragazza, magari un po’ logorroica a cui regalare un silenziatore attivo nel caso di lamentela, chi alla collega così carina, chi alla madre, chi alle gambe, chi all’utero, chi a un film romantico, chi a una gonna, chi a una bambina, chi a un libro, chi a una scienziata, chi all’inizio dell’universo, chi a Eva, chi sempre a Eva, ma Longoria, chi ai bigodini, chi all’amore, chi all’odio.

The Girl Effect pensa, invece, a un’opportunità: quella di migliorare il mondo. Come si fa? L’iniziativa, nata per volontà di organismi istituzionali, come la United Nation Foundation o la Coalition for Adolescent Girls, e da fondazioni legate ad imprese, come la Nike Foundation e la NoVo Foundation, prende le mosse da una constatazione. “The world is a mess”: inizia infatti così il video di presentazione. Hiv, Aids, povertà, fame, guerre. C’è un solo modo per cambiare tutto. Non dipende solo da internet, non dipende solo dai governi, nemmeno solo dai soldi. Dipende da una ragazza. Una qualsiasi, nata nei paesi più poveri: dopo gli anni dell’adolescenza si trova di fronte a un bivio. Può restare senza istruzione, sposarsi per dovere sociale, essere esposta all’hiv, vivere nella povertà, e così, magari vedendo morire qualcuno dei suoi figli, condurre una vita ai margini in un mondo che, sì, non c’è che dire, is a mess.

Oppure può indossare una uniforme scolastica. Imparare un mestiere. Mettere dei soldi da parte. Amare un uomo e scegliere quando sposarlo. Farci dei figli e poterli far mangiare. È la storia che raccontano Shumi, Kidan Addish e Sanchita nei loro video, ma che potrebbe diventare il racconto di vita di molte altre. E se si aggiunge una semplice lettera, la “s”, se a una girl, se ne aggiunge un’altra, e poi un’altra ancora, se diventano dieci, centro, mille ragazze in uniforme scolastica, allora avviene il miracolo: the girl effect. Ancora più potente del famoso battito d’ali del “butterfly effect”; quello prodotto dall’istruzione, dal lavoro e dalla libertà femminile è un cambiamento ancora più grande e rivoluzionario del change di Obama. È la riscossa dell’amore, della dignità, dell’educazione. Delle donne.

Il progetto “The Girl Effect” raccoglie donazioni attraverso Internet, per cui ci si può connettere al sito, apprendere i particolari dell’iniziativa e diffonderla: su Facebook, su Twitter, diventando portavoce di un messaggio altrettanto importante rispetto alla rivoluzione delle girl. Anche il web può cambiare il mondo, e rendere la leadership femminile non solo uno stimolo da trattato di sociologia, non solo un modello di studio delle forme che prendono il potere ed il carisma, non solo qualcosa di cui si è sentito dire, magari all’Università o a un convegno. Diventa concreto, un movimento fatto di facce, mani, cervelli, messi in moto e resi autonomi. Liberi. Vivi.

E con la G scelta come logo dell’iniziativa dovremmo farci le spillette, stamparla sulle magliette per indossarla e su fogli A4 per attaccarla alle finestre delle nostre case. È disegnata in maniera tale da rappresentare qualcosa che si sta caricando, un’energia che prende una direzione, una forza in cammino come quelle evocate da Saint-Exupéry: «nel mondo non ci sono soluzioni, ma forze in cammino».

Ecco, questa G potrebbe diventare il simbolo di un nuovo femminismo, non più dogmatico, non più (solo) da “l’utero è mio!”. La G può diventare l’icona della femminilità rivoluzionaria: quella che mette insieme crescita individuale, cura, capacità di creare un futuro in cui il mondo non sarà più “a mess”, ma un posto accogliente dove stare. Ecco, sarebbe bello, durante la nostra competizione elettorale per le regionali, che qualche candidato o candidata, prendesse parte all’iniziativa, la promuovesse, per dimostrare che può esserci una politica che crede nelle donne. Non come numero, non come quota, non come appiglio elettorale. Ma come forza in movimento. Chissà, Saint-Exupéry l’Url di The Girl Effect, l’avrebbe digitato.

15 febbraio 2010

 
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