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Il nuovo numero di Charta Minuta. Per guardare oltre le vecchie dicotomie

Fini: «La politica non si può fare
con lo specchietto retrovisore»

di Caterina Consoli Che a Gianfranco Fini il confronto non sia per niente dispiaciuto lo si è capito nel momento in cui ha incalzato lui stesso i suoi interlocutori per l'ennesima domanda (fuori tempo massimo). Perché quella che si è tenuta ieri è stata l'occasione non solo per presentare il numero manifesto di Charta minuta – la rivista della fondazione Farefuturo – ma anche per riallacciare, con calma, i fili del discorso sui temi dell'agenda politica e sulla dialettica interna al centrodestra. Partiamo dalla fine: «Il Pdl non sia subalterno alla Lega», ha spiegato Fini sostenendo che passi proprio dalla vocazione nazionale del Pdl la sua forza di movimento leader del centrodestra.

Ma, se si vuole, questa è stata la conclusione di un discorso molto articolato che ha toccato davvero molto poco il politichese e il clima da campagna elettorale (nonostante i mezzi di informazione si siano intrattenuti quasi esclusivamente su questo). Ad esempio, uno dei passaggi più importanti è stato quello – relativo alla domanda dell'editorialista del Sole 24 Ore Stefano Folli – su quali siano gli strumenti per superare la sindrome del presentismo in politica. E qui il presidente della Camera non solo ha rilanciato la necessità che una stagione costituente passi da alcune riforme condivise - «Non devono essere “necessariamente” condivise, ma non si possono nemmeno dimenticare gli insegnamenti del passato, come la bocciatura del referendum sulla riforma della seconda parte della costituzione» - ma ha incalzato proprio il centrodestra a pensare in anticipo: «In Italia vedo più pigrizia che voglia di conservare».

Quello che auspica Fini, in fondo, non è niente di diverso da quello che Angela Merkel ha rilanciato con la dichiarazione di Berlino qualche settimana fa, che ha segnato la svolta della sua Cdu: sì a un partito popolare e plurale, basta con i conservatorismi di maniera. Nella prospettiva tracciata dalla terza carica dello Stato non si dovrebbe più ragionare in maniera dicotomica (laici e non; giovani e anziani), soprattutto nel momento in cui su temi come diritti civili, nuovo welfare le categorie del Novecento sembrano essere non solo insufficienti ma anche fuorvianti. Se non si comprende questo – insomma - «si corre il rischio che la società vada sempre più veloce della politica, con le conseguenze e le disaffezioni che sono sotto gli occhi di tutti».

Per questo motivo tutte le letture dietrologiche sulla nascita di una corrente “vecchia maniera” dietro alle riflessioni legate al think tank sono state liquidate da Fini con un sorriso («Mi sarei tenuto An con il suo 12%»). Perché, a ben leggere tra le righe della rivista della fondazione, «si confrontano posizioni diverse, in termini di fede, di visione della famiglia». Insomma, se fosse una corrente nascerebbe già divisa. Ma, al di là delle battute, vi è stata anche una spiegazione precisa dell'errore di considerare strumentali le discussioni all'interno del Pdl. Per Fini ciò passa con la comprensione della nuova architettura di una politica dove «non ha più senso parlare di ortodossia come di eresia». E qui ha utilizzato un'espressione figurata («Le porte di oggi sono girevoli») per affrontare il nodo della modernizzazione che non ha bisogno di una “nuova politica”, ma semplicemente «di una politica che recuperi la sua naturale voglia di affrontare le questioni aperte e non di guardare al futuro con lo specchietto retrovisore».

11 febbraio 2010

 
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