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L'Intervista Rss


Marco Bardazzi
Condivisione, comunità e conversazione sono le nuove frontiere

Bardazzi: «All'informazione
servono le "3C" del digitale»

di Fabio Chiusi Che cosa sarà il giornalismo nel futuro prossimo? Quale modello di business ne garantirà la sopravvivenza? E, più in generale, cosa sta accadendo al sistema dell'informazione, stravolto com'è dalle dinamiche della Rete, di cui l'esempio principe è il vertiginoso sviluppo dei social media? Ne ho parlato con Marco Bardazzi, autore insieme a Massimo Gaggi di un volume, recentemente pubblicato da Rizzoli, che contiene una vera e propria inchiesta giornalistica su come si stia tentando di compiere con successo «l'operazione, complessa anche dal punto di vista chimico, di fondere la carta con il digitale».

Partiamo dal titolo: L'ultima notizia: dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell'era di vetro. Cosa siano gli imperi di carta più o meno lo sappiamo. Ci spieghi invece in che cosa consista “l'era di vetro” e in che cosa il suo “paradosso”?
Abbiamo tentato di usare l'immagine dell'“era di vetro” come una provocazione. Siamo in un momento in cui le modalità comunicative della Rete, sia per quanto riguarda le notizie che i dati privati, sembrano restituire l'idea di una grande trasparenza, molto più che in passato. Non a caso le nostre vite sono così trasparenti che molto spesso tutti sanno cosa stiamo facendo: siamo nell'era dello status. Anche all'informazione viene chiesto di rispondere a questa esigenza di trasparenza. Noi l'abbiamo voluta sintetizzare con l'immagine del vetro perché porta con sé una nuova fragilità. Fragilità ad esempio nel costruire modelli di business. Se da un lato c'è voglia di dar vita a una nuova realtà dell'informazione basata sulla Rete e molto spesso basata sulla possibilità di attingere alle notizie in maniera gratuita, dall'altro tutto questo indebolisce le strutture e i modelli di business dei grandi media così come sono stati concepiti in questi anni. Il paradosso dell'era di vetro sta nel fatto che in un momento di così grande apertura alla trasparenza si assista anche a questa grande fragilità. Il vetro è fragile e non ha la solidità del cemento e dell'acciaio con cui sono stati costruiti i media negli ultimi due secoli. Come fare a rafforzare questo vetro per farlo diventare un cristallo solido è un cammino che ancora richiede qualche tempo.

Che ruolo gioca l'opacità dei comportamenti di colossi come Facebook o Google in tal senso? Sono stati proprio loro a introdurre l'esigenza di una maggiore trasparenza. Che però dovrebbe riguardare anche chi l'ha promossa. Invece c'è opacità da molte parti: noi giornalisti “tradizionali” veniamo accusati di essere opachi perché non è chiaro a quali interessi, condizionamenti o pressioni rispondiamo. In realtà abbiamo tutta una serie di meccanismi interni e regole che forniscono delle garanzie, anche per il lettore. Non mi sembra che le stesse garanzie esistano nel mondo che ci chiede trasparenza, nel mondo di Facebook e di Google. C'è bisogno di capire meglio come questa valanga di dati che ci viene chiesto di condividere con il resto del mondo venga poi gestita.

Una delle ipotesi fondamentali del libro è che per evolversi e sopravvivere il mondo dell'informazione debba rispettare non più solamente le “3 C” tradizionali (contenuti, credibilità, creatività), ma anche le “3 C” che caratterizzano il digitale: condivisione, comunità e conversazione. Cosa si sta facendo nelle redazioni italiane per “rispettare” la “regola delle 6 C”? Qualcosa di comparabile agli esempi di innovazione che racconti nel corso del volume?
Parto dall'esempio che conosco meglio, che è quello della mia redazione, cioè La Stampa. Noi abbiamo un bagaglio di creatività, conoscenza e credibilità che è la nostra forza. Però ci rendiamo conto che in questo momento storico ci è chiesto di fare i conti con le “nuove C” portate dall'era digitale. Non è un sacrificio, in realtà. Visto in un'ottica positiva un momento di crisi è un momento di grande opportunità, e noi stiamo cercando di capire come fare questo passaggio usando al meglio ciò che il digitale ci offre ma allo stesso tempo difendendo il valore di quello che facciamo; perché se tutto viene prodotto pretendendo che abbia un costo zero non si possono tenere in piedi gli strumenti che abbiamo costruito. Tanti pensano che potrebbe essere un bene se crollassero i media così come li conosciamo oggi; io invece penso che sarebbe un grave danno per tutti a partire dalla democrazia stessa così come la concepiamo. Questo lavoro viene fatto anche nelle altre redazioni. Noi siamo forse avvantaggiati dall'avere un direttore giovane, Mario Calabresi, che cerca di abbracciare al meglio il digitale. Io auspicherei ancora più sperimentazione nelle redazioni italiane, perché rispetto agli Stati Uniti siamo ancora indietro.

Quanto costerà la “bolletta per le notizie” e quanto saremo in grado di accettarla?
Io ultimamente viaggio molto per lavoro, e mi sono fatto un abbonamento per la connessione in mobilità. Mi sembra una spesa ragionevole per quelle che sono le mie esigenze. Allo stesso modo mi sembra ragionevole la bolletta per la tv digitale, all'interno del cui menu ho scelto ciò che mi sembrava più utile per me e la mia famiglia, e per l'abbonamento al cellulare delle mie figlie. Credo che quando riconosceremo il valore di un certo tipo di informazione che vada oltre quella disponibile a tutti in maniera gratuita, ognuno di noi capirà quanto è disponibile a pagare in bolletta al mese per quel valore aggiunto. Ma non dovrebbe essere questo grande trauma, questa grande spesa.

Nel modello di business del giornalismo del futuro prossimo ci sarà ancora bisogno di un ricorso ai contributi statali?
Io spero che siano diversi da come sono concepiti oggi. Mi sembrano interessanti i modelli che si stanno cercando di sviluppare negli Stati Uniti, dove peraltro non sono mai stati ben visti perché non fa parte della loro mentalità. Oggi, di fronte alla crisi, perfino lì si riconosce un valore all'informazione tale da dover essere difeso anche a livello di governo e quindi si stanno cercando dei modelli di contributo statale. Che però si basano sulla possibilità di trasformare molte delle società di informazione esistenti in “no profit” e sulla possibilità di dare loro sgravi fiscali. Sarebbe interessante se anche da noi si perseguisse questa strada piuttosto che quella del finanziamento spesso legato a motivazioni politiche non ben chiare, anche nell'ottica di trasparenza di cui parlavamo all'inizio. Non rinuncerei a uno Stato che si faccia carico di parte della spesa, proprio perché c'è un valore in quello che facciamo come giornalisti e credo abbia a che fare con la democrazia. Però cercherei di trovare nuovi strumenti.

Alcune recensioni hanno messo in luce un interessante spunto di dibattito. In particolare, Giorgio Meletti del Sole 24 Ore ha polemizzato con Mario Calabresi, che aveva affermato che a salvare il cartaceo saranno i contenuti, ribattendo che «la carta non scomparirà finché non scompariranno le poltrone». Che ne pensa?
Io sono fermamente convinto che si debba investire sui contenuti perché sono il nostro vero valore aggiunto. La nostra offerta, come professionisti, è quella di aiutare la gente a mettere ordine nel caos che abbiamo di fronte e che la Rete in qualche maniera amplifica. I giornalisti, con tutti i loro limiti e le loro faziosità, quantomeno hanno la capacità di mettere ordine e proporre una chiave di interpretazione, una narrativa, una ipotesi di lettura della realtà. E hanno anche la capacità di raccogliere quella che è l'informazione di base, su cui poi tutti gli altri discutono. Ancora oggi in Italia il 90% delle cose di cui dibattiamo nascono sui giornali. Dunque giornali e tg restano il luogo dove si raccoglie l'informazione di cui poi tutti gli altri si nutrono. Nel libro facciamo un esempio da ecosistema che è quello del plancton. Nell'oceano dell'informazione convivono le balene dei grandi giornali e i pesciolini dei blog. Tutti però si nutrono dello stesso plancton, un plancton di notizie che qualcuno deve produrre e senza cui l'oceano muore. Quelle notizie, i contenuti che nutrono l'intero oceano dell'informazione, vengono ancora oggi in gran parte prodotte dalle redazioni. È vero che sta cambiando l'ecosistema, è vero che sta cambiando la catena alimentare, ma senza quel sostentamento di base tutto si sfalda.

9 marzo 2010

 

 
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