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Ma li chiamano bamboccioni.../4

Petrini: «L'Italia non è l'Eden
ma proviamo a cambiarla»

di Rosalinda Cappello Raccontateci le vostre storie, i vostri progetti. Segnalateci link, fatti, persone, iniziative per arricchire il dibattito e approfondire il tema. Spedite le vostre email a cappello@farefuturofondazione.it


Tutto inizia nel 1996, nell’ufficio improvvisato nell’ingresso di casa. Suo padre, dopo 24 anni, aveva lasciato un impiego a tempo indeterminato alla Ibm, lei - Giorgia Petrini - a 21 anni, il corso di laurea in Scienze biologiche e mille mestieri, in cui si era buttata pur di non stare con le mani in mano, per pagarsi gli studi e per assecondare la sua passione per le chitarre. Gpa, Gruppo progetti avanzati, che opera nell’Itc – e che oggi è la prima Pmi italiana ad aver ricevuto la certificazione Cmmi level 2 – nasce così, mentre fuori imperversa la crisi del settore informatico. A dimostrazione che «due comprovati perdenti, non laureati, non raccomandati e tantomeno ricchi possono insieme fare impresa». Lo scrive Giorgia stessa nel suo libro L’Italia che innova (Koiné nuove edizioni), dove racconta la storia di persone – una di queste è lei – che ce l’hanno fatta a dare vita a un progetto vincente partendo dal nulla. Oggi, a 35 anni, Giorgia, oltre a essere Ceo e partner di Gpa e responsabile della Commissione Innovazione ed eccellenza dei Giovani imprenditori di Confindustria, ha dato vita al progetto Side Leaders per aiutare i giovani ad avviare la loro impresa in settori strategici come l’high tech. Puntando, manco a dirlo, sull’innovazione e sui nuovi mercati.

Che cosa ti ha insegnato la tua esperienza?
Che il coraggio e la grinta, uniti all’impegno, al senso del dovere, alla serietà, all’intraprendenza, alla tenacia, e naturalmente alla creatività e alle idee, danno chance di riuscita. Ognuno, anche chi non ha niente e nessuno alle spalle, può trovare la propria strada e credendoci realizzare i proprio progetti, nonostante viviamo in un paese, come il nostro, dove tutto viene percepito come impossibile per i giovani.  

Da dove ti è venuta la spinta ad andare avanti, nonostante le difficoltà derivate dal non avere le spalle coperte e dal non volerti omologare a un sistema fondato, come dici nel tuo libro, sul trinomio “famiglia, potere e interessi”, convinta della validità, invece, di un altro trinomio “merito, capacità ed eccellenza”?
La forza mi è venuta dal non voler barattare il secondo trinomio con il primo, dalla convinzione che siamo noi in prima persona a poter cambiare il sistema. Ci sono tante persone che nell’ombra provano con il loro percorso a farlo, producendo, impegnandosi in prima persona. Certo, ci sono anche quelli che fanno poco o nulla per modificare il corso delle cose e si limitano a lamentarsi. Per quanto mi riguarda ho deciso di andare avanti, inventandomi un progetto, aggregando persone, dedicandomi a una serie di iniziative che fossero costruttive e utili per risollevare le sorti dell’Italia.

Un compito difficile in un paese in cui c’è poco spazio per i giovani e per chi non ha situazioni familiari o conoscenze che possano aiutarli a realizzare i propri progetti. Come si fa?
Nel mio libro racconto proprio questo, sono casi di first generation in cui ciascuno, senza aiuti ma partendo da una buona idea, è riuscito a realizzare delle esperienze di successo.

Quindi, è possibile andare avanti con le sole proprie capacità e con l’impegno?
Oggi, ancora il merito fa molta fatica ad affermarsi, nonostante sia diventato un vessillo, una bandiera che tutti amano sventolare. Per usare l’espressione di uno dei protagonisti delle mie storie, questo paese non è meritocratico perché non si confronta con il mercato. La verità è in mezzo: in parte dipende dal mercato, dall’idea e dall’impegno, ma poi c’è un grosso problema ed è quello della posizione di partenza patrimoniale, la famiglia di origine, e di un sistema poco aperto ai giovani. Si parte dal presupposto che per conquistare una posizione di prestigio a livello professionale si devono avere almeno trent’anni di carriera o altre grandi esperienze professionali alle spalle.

Significa che l’Italia non è un paese per giovani?
Purtroppo è così e lo resterà ancora per diversi anni. Da noi il 70% della popolazione è medio-anziana e il 30% è giovane. E questa minoranza fa fatica a laurearsi nel normale iter accademico, a trovare un lavoro, ad avere una condizione personale che gli permetta di sposarsi, di avere figli. Tutto è in salita. Inoltre, con questa sproporzione demografica il ricambio generazionale è difficile. Tanto più se si pensa che giovani e anziani corrono su binari paralleli e lontani. Da un lato, l’esperienza preziosa di questi ultimi, dall’altra le idee innovative dei primi. La mancata sinergia rende difficile un passaggio generazionale utile alla ripresa del paese. Questo significa che non basta dire “largo ai giovani”, la politica dovrebbe tenere in conto il futuro del paese, investendo sulle nuove generazioni, puntando sui talenti, dando opportunità adeguate a chi ha tanta voglia di fare.

Dovrebbe occuparsi dell’emersione dei talenti?
Proprio così. In genere, chi è in grado di rivoluzionare un paese vive in periferia e ha un sogno da realizzare ma non ha la possibilità di far fruttare le proprie potenzialità. Per questo, bisognerebbe avviare programmi finalizzati a far emergere chi ha talento e garantire a tutti l’uguaglianza delle condizioni di partenza. Sarà la vita, poi, a selezionare i più bravi.

Che cosa pensi del tormentone sul rientro dei cervelli in fuga?
Il punto non è tanto il rientro quanto il non costringerli a partire. Che cosa facciamo per non lasciarli andare via? Quali motivi diamo loro per restare? Il fatto è che oggi il contesto non offre condizioni sufficienti e adeguate per far fruttare in Italia queste intelligenze. Si parla tanto di finanziare la ricerca e poi abbiamo un sistema didattico superato che spesso non crea competenze. Per non parlare delle difficoltà a innovare. Per cui, se anche questi cervelli tornassero, che cosa gli faremmo fare? Tuttavia, pur essendo consapevole che l’Italia non è l’Eden, io amo il mio paese e credo che non impegnarsi per cercare di trasformarlo in un posto migliore, gettando via la spugna, sarebbe un demerito. Ognuno di noi può contribuire a migliorare l’Italia, senza cedere all’idea che sia inutile tentare di farlo.

1 aprile 2010

 
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