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A quasi due mesi dalla rivoluzione delle camicie rosse

Il medioevo prossimo futuro
di una Bangkok divisa

di Massimo Morello Bangkok 2010 - Dopo due mesi della surreale rivoluzione thailandese che ha provocato 27 morti e un migliaio di feriti, non si sa come andrà a finire. Il governo ha proposto una road map per la riconciliazione. I “rossi”, espressione delle masse più povere, non si fidano e continuano a occupare il centro di Bangkok. I “gialli”, gli ultraconservatori dell’Amatya, l’élite, gridano al tradimento. L’esercito è diviso tra falchi e colombe. Ogni analisi secondo la logica lineare occidentale, qui e ora, entra in corto circuito. La Thailandia potrebbe rivelarsi il “Cigno Nero” dell’Oriente: un evento raro, di grandissimo impatto, prevedibile solo a posteriori. In questa prospettiva lo scenario di una Bangkok da medioevo prossimo venturo, oltre che molto simile alla realtà, rischia di apparire probabile.

Bangkok 2012 - La città è divisa in due zone. È accaduto per inerzia, alla maniera thai, secondo la filosofia del mai pen rai, non preoccuparti. La zona più grande è la “gialla”, capitale del Regno di Thailandia. La più piccola, ma estesa in tutto il centro, è la “rossa”, capitale della non proclamata Repubblica Popolare Thai. Per uscire dalla zona gialla un ufficiale dei “soldati tigre”, passa su un lettore la mia carta di credito della Amatya Bank, la banca dell’élite. Basterebbe un semplice documento, ma la carta permette di accedere alla lounge accanto al posto di blocco, con una sala massaggi del Dusit, il più importante gruppo alberghiero thai. In caso d’incidenti, poi, garantisce il ricovero in uno degli ospedali privati che hanno reso Bangkok il santuario del turismo medico. Senza contare che viene fornito un survival kit: casco, giubbotto antiproiettile, maschera antigas e Luangpor Thuad M16. Che non è una versione thai del fucile d’assalto americano. Bensì un phra kreung, un amuleto che dall’arma prende nome (raccontano che un camionista che lo indossava non sia stato scalfito da una raffica di M16). È di gran moda dopo che lo ha esibito il primo ministro Abhisit Vejjajiva.

In realtà tante precauzioni non sono necessarie: la situazione è in equilibrio. Ma ogni tanto si riaccende uno scontro, causato soprattutto da fazioni occulte di esercito e polizia che hanno interrotto la tregua nella guerra per il controllo del traffico d’oppio. Ancora una volta sostenute a fasi alterne dalla stazione locale della Cia, che cerca di mantenere il controllo sulla Thailandia, pedina principale nel domino del sud-est asiatico.

Prima di procedere, vengo benedetto da un monaco. Anche il Sangha, la comunità buddhista, è divisa. Tra i “gialli” si radica sempre di più l’ortodossia Theravada, “la via degli anziani”, che pone l’accento sull’ineluttabilità della propria condizione. Tra i rossi, invece, si diffonde il “buddhismo impegnato”, secondo cui la giustizia sociale non è separata dalla morale.

Alla stazione di Sala Deng dello skytrain, la metropolitana sopraelevata che attraversa Bangkok, mi ritrovo nella terra di nessuno. I proprietari dei bordelli della sottostante Patpong hanno ottenuto il diritto di extraterritorialità. Le parti in causa hanno accettato: farlo presidiare si era rivelato troppo difficile. Molti uomini avevano disertato, altri avevano lamentato una forma di stress sessuale. «È disumano chiedere ai ragazzi di restare concentrati mentre montano la guardia di fronte a locali come Super Pussy» aveva detto un ufficiale. Approfittando di tale diritto, poiché in Thailandia il gioco d’azzardo non è ammesso, un imprenditore di Macao ha intenzione di aprire qui un casinò.

All’ingresso della zona rossa esibisco il Sak Yant, il tatuaggio di un Ajarn, un Maestro, molto rispettato tra i rossi, che si rivolgono a lui per farsi tatuare formule contro le pallottole. Secondo una profezia, quando si sarà accumulato il potere di migliaia di tatuaggi, l’Armata rossa sarà invincibile. Su grande scala accadrà ciò che si verifica durante la festa del tempio di Bang Phra: gli spiriti dei tatuaggi si risvegliano e i tatuati si trasformano in zombi furiosi. Secondo un’altra profezia del Buddhismo apocalittico, tale sovraccarico d’energia, determinato da amuleti, talismani, preghiere e offerte ai Phi, gli Spiriti, potrebbe condurre al caos. Un po’ quello che aveva avvertito un astrologo molti anni fa, quando milioni di thai iniziarono a vestirsi di rosa. Il rosa, associato a Marte, il pianeta della forza, avrebbe aiutato a guarire il re malato, ma non era opportuno che tutti vestissero di rosa contemporaneamente, perché quel pianeta è anche l’artefice dei conflitti. Meglio alternarlo al giallo, il colore del lunedì, giorno natale di Sua Maestà.

Intanto ho superato la barricata di canne di bambù appuntite, eretta secondo lo schema utilizzato nel 1767 per difendere Ayutthaya, allora capitale del Siam, dall’invasione dei Birmani. Per l’accesso alla zona rossa il Sak Yant non è obbligatorio: i thai possono entrare liberamente, mentre i farang, gli stranieri, devono pagare 100 baht (poco più di due euro). Ma quel tatuaggio offre dei privilegi. Che in questo caso sono una serie di gadget rossi: maglietta con scritto phray - il contadino del sistema feudale, simbolo della rivolta - cappello, trombetta e “applauditore”, una specie di nacchera gigante a forma di piede con cui i rossi applaudono i leader e prendono metaforicamente a calci i nemici. Il privilegio più importante del Sak Yant, però, è la scorta di due thahan phran, i “soldati ombra” di una delle milizie che controllano la zona. Nel mio caso sono i Ronin dell’ex generale Khittaya Sawasdipol, alias Seh Daeng. L’idea delle barricate di bambù è sua. Ed era sua l’idea di bombardare i nemici di serpenti velenosi. Per il popolo dei rossi è un nakleng, l’eroe delle leggende popolari. Per i gialli è un rinnegato. Per molti, da entrambe le parti, un phii krahang, un demone.

Scortato a bordo di un motorino, arrivo rapidamente nel cuore rosso di Bangkok, l’incrocio di Ratchaprasong. Era il centro turistico e commerciale della metropoli. Oggi è una moderna Angkor, un sito dove la vegetazione sta coprendo le pareti del Paragon, del Discovery, del Central World. Gli shopping mall che materializzavano i  “non-luoghi” della globalizzazione descritti dall’antropologo Marc Augè, si stanno trasformando nelle “rovine”, anch’esse descritte da Augé, che sono i luoghi della storia. 
Al centro dell’incrocio vibra un ologramma di Thaksin Shinavatra, leader maximo della Repubblica Rossa. Non si sa bene dove sia l’ex premier, né se si trovi ancora nel suo corpo o sia reincarnato in altra forma. La sua immagine virtuale si alterna a quella di altri leader rossi che cantano luk thung, canzoni popolari, e ad annunci commerciali.

Tutto attorno, sotto le vetrine di Gucci, Prada, Vuitton Rolex e Cartier, per facilitare i turisti che hanno ripreso a frequentare la zona, sono allineate le bancarelle con i rispettivi modelli falsificati.  Lungo i soi, le vie laterali, si trovano banchetti di prodotti più popolari destinati ai thai d’ogni colore, padiglioni per il massaggio secondo la tradizione del nord, più efficace per i problemi articolari, e ristorantini con le specialità dell’Isaan, il nord-est del paese, la regione più povera della Thailandia e culla del movimento rosso. Propongono un ottimo som-tam – insalata piccante di papaia verde e gamberetti – e nam prik pla tu - sardine in salsa di peperoncino e pesce fermentato. Sono venuto qui apposta. Nella zona gialla è difficile da trovare: è cibo da pu-noi, il popolo minore.

7 maggio 2010

 
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