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Un partito liberale non può che discutere le opinioni. A meno che...

Pdl e dissenso: casa della libertà
o "corte marziale"?

di Antonio Rapisarda Il colpo di teatro, l’astuta mossa politica, sarebbe accettare con “intransigenza” il dissenso. Sì, il trucco dei grandi re delle corti medievali più illuminate era quello di sapersi circondare di personaggi eclettici e anche controversi – pensatori, artisti, poeti - che ne delineavano la liberalità, la magnanimità. Erano, queste presenze, sinonimo di grandezza, di sicurezza di una corte. Specchiavano, anche, la consapevolezza che una comunità silenziosa potesse diventare ben presto una società stanca, facile preda degli avversari esterni e anche interni. Per cui, un po’ di vivacità dentro le mura del fortino, era uno stimolo a stare attenti. A non fidarsi troppo dei propri cortigiani. 

E invece, proprio sulle parole, sul pensiero, sull’opinione di un suo dirigente “eretico” che di nome fa Fabio Granata, si sta registrando l’ennesimo duello all’interno di quello che viene definito partito dell’amore, ma che noi ci ostiniamo a chiamare Popolo della libertà. Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, questa distonia l’ha notata così: «Il partito che caccia via chi dissente è leninista, non liberale». E poi: «E la non sopportazione della diversità bollata come minaccia e sabotaggio della “giusta linea” è un pezzo del ventesimo secolo che si perpetua in quello nuovo». In effetti i termini utilizzati contro il parlamentare siciliano suonano pressappoco così: radiazione, espulsione, richiamo ai probiviri. Vocaboli da partitone-carrozzone più che da comitato elettorale permanente (come qualcuno lo dipinge e qualcun altro lo intende).

La sua colpa? Aver espresso parole pesanti sui presunti ostacoli che anche uomini del governo avrebbero posto per impedire che venga fatta piena luce sulle stragi di mafia. Un ragionamento che può far discutere, e sul quale si sono pronunciati anche altri importanti dirigenti del centrodestra nonché magistrati in prima linea. Parole che – se vogliamo – confermano di come sia sbagliata la legislazione sul segreto di Stato che non fa altro che alimentare la retorica del complotto su ogni episodio poco chiaro della storia nazionale. Per cui, sul merito delle parole di Granata, si può e si deve discutere.

Il problema, per un partito “liberale”, è il metodo che si sceglie di adottare per discutere. Perché da questo modo si comprende il profilo che un soggetto politico maggioritario intende dare di sé. Anche perché, per altri episodi che gettano ombre molto gravi su importanti dirigenti del Pdl, la stessa solerzia, lo stesso richiamo alla disciplina, alla fedeltà a un codice di partito, non è stata mai invocata. Anzi, vi è stata una prudenza a prescindere che più volte ha dovuto incrinarsi di fronte a un’imbarazzata evidenza. Che tutto questo chiasso sia in fondo – come spiega ancora Battista - tutto un pretesto per fare i conti con la minoranza finiana? Sembra, con tutta onestà, proprio di sì.

C’è un solo problema, però, che rimarrebbe inevaso. Se da un lato con il repulisti si ha intenzione di rafforzare il fortino dai presunti complotti, dall’altro non ci si accorge che facendo in questo modo l’impressione che si dà è che ci si trovi dinanzi più a una “corte marziale” che a un simposio liberale. E per un partito che ha l’ambizione di porsi come la casa degli italiani questo precedente non è di sicuro un buon biglietto da visita.

26 luglio 2010

 
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