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L’analisi Rss


Denis Verdini
E invece un partito crea "valori" ben più importanti di una banca...

Ma davvero gli azionisti
vengono prima degli elettori?

di Caterina Consoli No, di “ombre” sulla banca non se ne deve proprio parlare. Per cui, se a rischio vi è la credibilità dell’istituto di credito, ecco le dimissioni sul tavolo. Questo è, in sintesi, il ragionamento che ha fatto Denis Verdini, coordinatore del Pdl e da ieri ex presidente del Credito cooperativo fiorentino, indagato per l’inchiesta che vede sotto accusa la cosiddetta P3, nonché coinvolto anche nelle indagini sugli appalti dell’eolico in Sardegna. Ragioni di opportunità e di rispetto, dunque. Verso i risparmiatori, i dirigenti della banca e le aziende. Ma, parole sue, continuerà lo stesso a fare politica: che tradotto significa che non si dimetterà dal suo importante ruolo nel Pdl.
 
E gli elettori? Gli aderenti al Pdl? A quanto sembra la stessa dote di responsabilità non viene chiamata in causa rispetto al partito. Certo, la fiducia nell’uomo e il garantismo per la persona sono principi saldi, ma dopo la scelta di fare un passo indietro nella propria attività economica le ragioni di rimettere anche il proprio incarico politico montano. Il problema, infatti, qui non è la fiducia, né i diritti sacrosanti di presunzione di innocenza. Ma l’opportunità politica di una scelta rispetto a un organismo “altruista” e volontario come è un partito: dove in gioco non ci sono interessi personali ma quelli della cosa pubblica.
 
Insomma se, parole dello stesso Verdini nella lettera di dimissioni, occorre «prendere atto della rilevanza assunta dai fatti che mi vengono imputati che va al di là del merito dei problemi» e per questo non ha voluto ostacolare in alcun modo un soggetto che cresce e crea sviluppo, non si comprende il motivo del perché non valga lo stesso anche per chi ha la responsabilità di coordinare il più grande partito italiano. Perché anche questo è un organismo che crea un valore il quale, in termini sociali, è oltretutto ben maggiore di chi investe in una banca.
 
Proprio per questo motivo chiedere le dimissioni politiche non è un atto di giustizialismo ma di maturità. Anche perché non solo i soliti “maligni” penseranno a questo punto che la morale di tutto ciò è che i militanti di un partito e le centinaia di migliaia di elettori vengono considerati meno degni di considerazione rispetto a chi investe in un istituto di credito. Un messaggio – come hanno sostenuto Italo Bocchino e Adolfo Urso ma anche giornalisti attenti come Massimo Franco sul Corriere della Sera – che di sicuro in questi tempi di grande caos (fuori e dentro i partiti) non fa che alimentare le sirene dell’antipolitica. E di tutto questo, un grande partito come il Pdl che è anche forza di governo, non può non prenderne atto. 

27 luglio 2010

 
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