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Ma li chiamano bamboccioni.../21

Amare la ricerca è esser pronti
anche a una delusione continua

di Rosalinda Cappello Raccontateci le vostre storie, i vostri progetti. Segnalateci link, fatti, persone, iniziative per arricchire il dibattito e approfondire il tema. Spedite le vostre email a cappello@ffwebmagazine.it


Anni di ricerche e alla fine la frustrazione di dover ricominciare tutto d’accapo. Questo è spesso il lavoro del ricercatore, per il quale la dimostrazione di una ipotesi è la conquista più grande. Un appuntamento che talvolta non arriva mai. Ma non è stato così per i giovani dell’equipe dell’Istituto di patologia dell’università Cattolica di Roma, diretta dal professor Tommaso Galeotti, con Giovambattista Pani, quarantaduenne ricercatore confermato, alla guida del team. Tutti ragazzi intorno ai trent’anni: due medici, due biologi, un tecnico di laboratorio. Sono loro che nelle scorse settimane hanno fatto parlare di sé per un’importante scoperta – tutta italiana, è bene sottolinearlo - che se applicata all’uomo potrà prevenire il diabete.

Che cosa ha rappresentato per voi questo risultato?
Salvatore Fusco (32 anni, napoletano, dottorando di ricerca): è stata una grande boccata d’ossigeno e un’iniezione di fiducia. Quello del ricercatore è un lavoro di nicchia, è difficile parlarne al di fuori del proprio ambiente. 

Vi sentite incompresi?
Fusco: in un certo senso sì, da un paese che tende a investire e credere poco nella ricerca. Da decenni, in Italia non si fa una politica guardando al di là dei prossimi cinque anni, che poi sono le scadenze elettorali, e si sacrifica la ricerca, nonostante i nostri ricercatori abbiano espresso tanto, come dimostrano i risultati raggiunti dai cosiddetti cervelli in fuga. Eppure, non solo non si cerca di farli ritornare, ma non si fa molto neanche per trattenere quelli nuovi. Dovremmo guardare a India e Cina che vent’anni fa hanno investito nell’università e oggi con i loro studiosi si trovano a potersi confrontare con gli Stati Uniti.

Perché secondo voi avviene questo? È un atteggiamento miope, c’è un’incapacità nel guardare al domani?
Fusco:
dipende dallo scetticismo e dal lassismo generale. La ricerca in tempi brevi non dà risultati, non sembra produttiva, e così si preferisce sacrificare quest’ambito che la gente sente come meno pressante per esempio dell’aumento del costo del biglietto dell’autobus. E la classe dirigente non aiuta perché non comprende il valore della ricerca e dei giovani.

Emiliano Panieri (32 anni, romano, borsista): ma noi giovani non dobbiamo arrenderci, nonostante una realtà difficile come quella che stiamo vivendo tenda a spegnere molto gli entusiasmi e a limitare le iniziative. E se non possiamo agire direttamente a livello politico, perché siamo in netta minoranza, tra di noi ci sono persone che hanno volontà, voglia di emergere, di dare il meglio di se stessi, di migliorare il livello qualitativo del paese. E la ricerca è un investimento, una ricchezza che il paese deve rivalutare.

A che punto siamo del cammino?
Panieri: facendo un confronto con quello che avviene all’estero, siamo ancora indietro. Fuori i ricercatori sono pagati tre-quattro volte più che da noi e ci sono centri molto avanzati dal punto di vista tecnologico, con le migliori strumentazioni e spesso con migliori personalità per formare i giovani.

Quindi in Italia mancano i maestri?
Panieri: il trasferimento di conoscenza qui non viaggia agli stessi ritmi ai quali sono abituati all’estero. Da noi le menti, le personalità che possano tramandare la conoscenza, non mancano ma sono più prese da altre attività. Forse c’è un problema strutturale, perché chi dovrebbe dedicarsi per esempio al nostro lavoro si trova a doversi dedicare ad altre attività collaterali, che portano via energie mentali e tempo. Si dovrebbe ottimizzare il sistema universitario, magari sulla base dei modelli attivi all’estero.

Giovambattista Pani (42 anni, calabrese, ricercatore confermato): io non credo che nella ricerca il problema dei maestri che trasmettano il loro sapere sia un aspetto così fondamentale. Quello che si trasmette è l’amore e l’entusiasmo. Forse per il medico è più importante avere un maestro. Io ho sempre avuto persone che hanno rappresentato un riferimento, un modello da emulare, anche se non si sono mai sedute con me a illustrarmi le loro vedute o a cercare di tirare fuori da me qualcosa di particolare. E poi sono convinto che il discorso della scarsa presenza dei docenti sia più legato alla loro età. Ma l’università è piena di ricercatori che insegnano, di professori associati vicini agli studenti, in contatto diretto con loro anche attraverso le nuove tecnologie, passaggio che è mancato ai più anziani.

Un altro punto dolente per la ricerca è la questione dei finanziamenti…
Fusco: si può fare un discorso bivalente. Da un lato, c’è il problema della ristrettezza dei fondi, dall’altro, c’è quello della loro cattiva gestione, che richiama la questione della responsabilità di chi viene investito di certi fondi ma poi non è chiamato a rispondere dei risultati. E questo è l’antitesi della meritocrazia.

La ricerca in Italia spesso è bistrattata, eppure ci sono delle eccellenze, come dimostra il vostro caso…
Fusco:
proprio così. Riusciamo ancora a esprimere eccellenze, nel nostro settore ci sono ottime strutture che fanno ricerca e che permettono di esprimere le grandi potenzialità che possiede il paese. Tuttavia, sono dislocate a macchia di leopardo, con i problemi che ne conseguono: per esempio, una persona che per fare questo mestiere si trasferisce a Roma da un paesino e deve mantenersi, pagare l’affitto, etc. Dare possibilità di esprimersi ai talenti significa anche dare uguali opportunità a tutti. Il fatto è che da noi il voler dare uguali diritti a tutti ha portato a dare pochissimo e in maniera indiscriminata, con ripercussioni negative su alcuni lavori come quello del ricercatore, che non sono appunto alla portata di tutti. Ho tanti colleghi che, seppur bravi, hanno scartato la ricerca perché non paga, non permette nemmeno di mantenersi se non con grandi sacrifici, in cambio di garanzie nulle.

Voi perché avete scelto di dedicarvi alla ricerca?
Fusco: io mi sono appassionato al terzo anno di Medicina, quando sono entrato in questo laboratorio. Sono passati dieci anni e non ne sono più uscito. È una questione di passione.

Valentina Tesori (31 anni, romana, dottorando di ricerca): anche per me è stata la passione a spingermi, dopo l’esperienza fatta in Francia durante la tesi, verso questo lavoro che non si può definire lavoro, perché noi ci divertiamo anche a cercare di capire.

Claudia Baracaia (29 anni, romana, tecnico di laboratorio): per me, da quando avevo otto anni, il senso della mia vita è sempre stato capire il perché delle cose. Quello che faccio adesso è un punto di passaggio sperando sempre nella ricerca. Ho provato la diagnostica ma è qualcosa in cui riesci a esprimerti di meno. Lì sei una macchina dietro a macchine, mentre qui sei una persona dietro a un esperimento, a un ragionamento che può portarti a un esito positivo come a un esito negativo.
 
Fusco: tutti siamo guidati dalla passione, anche se non tutti hanno la possibilità di coltivarla per mancanza di opportunità, fortuna o di chi li sostiene. Certo, chi fa il nostro mestiere ed è veramente bravo può scegliere di andarsene all’estero. Ma perché se si hanno delle qualità non le si deve poter esprimere nel proprio paese? Per non parlare del fatto che la ricerca è uno dei mestieri che potrebbe dare qualcosa alla comunità.

Tesori: sono d'accordo. Io non disdegno un’esperienza all’estero dopo il dottorato, per un discorso formativo, perché ti aiuta a vedere le cose in una prospettiva diversa, ti amplia gli orizzonti. Però, perché dobbiamo fuggire? Non deve essere una fuga fine a se stessa, deve esserci un ritorno con la speranza che fra dieci anni la classe governativa nel frattempo abbia direzionato le risorse anche sulla ricerca. Bisogna crederci, bisogna continuare a coltivare la passione, sennò si perde la speranza. Invece, dobbiamo credere nella ripresa, dobbiamo credere di più in noi stessi, in quello che facciamo anche se tutto intorno a noi sembra non guardare a quello che facciamo. Bisogna cercare di applicarsi per raggiungere un piccolo traguardo all’interno di un percorso più grande.

Pani: però non dimentichiamo che la dimensione della ricerca è anche quella del fallimento, della dimostrazione che l’ipotesi è sbagliata, cosa che normalmente succede. La ricerca è amare molto un argomento ed essere pronti a una delusione continua. Non ti dà conferme immediate, la gratificazione quotidiana, tuttavia, come è successo con questa pubblicazione, può darti soddisfazioni molto forti.

Sofia Chiatamone (31 anni, abruzzese, dottoranda di ricerca): anche per me a guidarmi verso la ricerca è stata la passione, ho lavorato con il cuore e con l’anima su questo progetto per tutta la mia specializzazione. La ricerca mi piace moltissimo, ma spesso in Italia scegliere questo percorso vuol dire rinunciare a tutto il resto e accettare un futuro precario. La ricerca non può essere conciliata con altre cose, soprattutto per chi non ha un benessere economico alle spalle. E il clamore che ha suscitato questa scoperta mi ha confermato che se il sistema desse maggiori possibilità e qualche sicurezza in più a noi giovani, potremmo investire anche su questo.

Invece, oggi se dici che vuoi fare il ricercatore ti prendono per matto…
Fusco:
è un atteggiamento generale quello di scoraggiare. I giovani devono andare oltre, affezionarsi di nuovo alla politica, al paese, sviluppare la visione collettiva, devono rimboccarsi le maniche tutti insieme, ciascuno con le proprie possibilità, puntando sulla professionalità, anche se si vedono laureati parcheggiati da anni o offerte di lavoro per persone poco qualificate. E poi se evitassimo di generalizzare vedremmo che le opportunità non mancano. Anche in Italia ci sono persone meritevoli in grado di esprimere le proprie qualità e in grado di realizzare dei progetti.

Pani: sono convinto che se uno è capace riesce a far bene ovunque. Tutto sommato, l’ambiente non è né un vantaggio né uno svantaggio. Dipende dall’individuo.

29 luglio 2010


La rubrica riprenderà a settembre.  


 
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