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Proviamo a non dividere il paese

"Fine vita",
la sfida della sintesi

di Alessandro Campi Dopo la drammatica morte di Eluana Englaro, che ha diviso così duramente l’opinione pubblica e il mondo politico, l’atteggiamento più saggio sarebbe stato quello di prendersi una pausa, di fermarsi a riflettere in attesa di lasciar sbollire passioni e contrasti ideologici. Quando la politica decide sotto il peso delle emozioni, su una base più sentimentale che razionale, rischia di commettere sbagli grossolani e imperdonabili. Specie se in ballo sono questioni delicate e per definizione controverse – culturalmente, sul piano etico – come la vita e la morte, sulle quali il dubbio è l’unica certezza.

Il governo ha invece scelto di proseguire per la sua strada. Fallita l’idea di un decreto legge per “salvare Eluana”, che come unica conseguenza ha prodotto un pericoloso cortocircuito istituzionale e un imbarbarimento del dibattito pubblico, si è scelto di battere “a caldo” la via parlamentare, con l’idea di arrivare al più presto – se necessario con il consenso della sola maggioranza – a una legge su quella che viene burocraticamente definita “dichiarazione anticipata di trattamento”.

I cittadini, stando al testo attualmente all’esame della commissione Sanità del Senato, potranno fare “testamento biologico” per decidere a quali terapie mediche sottoporsi, o quali terapie eventualmente rifiutare, nell’eventualità si trovassero nella condizione di non poter scegliere in libertà e autonomia, a causa di una malattia o di un grave e permanente invalidità che ne pregiudichi la capacità di intendere e volere, sul proprio “fine vita”. Ma potranno farlo con modalità che, stando alla lettera del disegno di legge, appaiono non solo complicate (il testamento andrebbe rinnovato ogni tre anni dinnanzi a un notaio), ma al dunque fortemente limitative della volontà individuale (che farsene di una dichiarazione che la legge in discussione prevede espressamente come non vincolante per il medico?). In ogni caso, dal testamento sarebbero escluse l’idratazione e la nutrizione, considerate dai sostenitori della normativa forme di «sostegno vitale fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze» e non un trattamento sanitario vero e proprio.

Il risultato di questa scelta ormai irreversibile è che la spaccatura tra i fautori della “sacralità della vita” e i sostenitori del “diritto all’autodeterminazione” – entrambi animati, come si è visto in queste settimane, da una sorta di sacro furore ideologico – si è aggravata ancora di più. Si sono formati ormai due veri e propri partiti, dogmatici e intransigenti, pronti ad accusarsi di ogni nefandezza, divisi sul piano dei valori, ma accomunati dall’idea che tocchi alla politica – e dunque al parlamento, attraverso la legge – imporre una disciplina globale su una materia per definizione tanto sfuggente, che meriterebbe invece di essere trattata in una dimensione di assoluta riservatezza, affidandosi, caso per caso, alla sensibilità e al senso di pietà di medici e parenti. Come ha scritto Angelo Panebianco, si è finito per “politicizzare la morte”, è passata l’idea che esiste sempre una soluzione giuridica per ogni problema, anche per quelli che toccano gli aspetti più intimi e delicati della nostra esistenza.

La maggioranza di centrodestra, spingendo per una legge al più presto, ha avuto dalla sua parte delle valide giustificazioni. La vicenda della povera Eluana è stata infatti utilizzata da pezzi significativi del mondo politico-culturale italiano (e, spiace dirlo, dallo stesso Peppino Englaro) come pretesto per una campagna che, dietro il paravento retorico della “libertà di scelta” e facendo leva su un pronunciamento della magistratura discutibile per molti versi, ha perseguito sin dal primo momento un obiettivo preciso: l’introduzione nel nostro ordinamento dell’eutanasia legale. Ma non si risponde con una legge frettolosa a una pessima intenzione.

La “buona morte” garantita dallo Stato, diventata l’estrema bandiera di civiltà dei laicisti, non si combatte imponendo un’“etica di Stato” di stampo dogmatico, che nega alla radice il pluralismo di valori e credenze sul quale si basa ogni democrazia liberale. La libertà di morire non è, come credono i fautori della “libertà di scelta”, un diritto inalienabile che la legge può sancire, ma una decisione individuale che va rispettata anche quando non la si condivide. Al tempo stesso, non si può imporre, come credono i fautori della “sacralità della vita”, un limite di legge a questa decisione, sulla base peraltro di una convinzione di natura religiosa spacciata per verità scientifica.

Ma a questo punto, per dirla ancora con Panebianco, «la frittata è fatta». Il disegno di legge sul “fine vita” voluto dalla maggioranza è in Parlamento. Non resta che sperare in una mediazione virtuosa: sono stati infatti presentati circa seicento emendamenti al testo, che in parte potrebbero migliorarlo. Una legge condivisa da una ampia maggioranza parlamentare, che ad esempio tenga conto delle proposte formulate due giorni fa da Rutelli, sarebbe il modo migliore per mettere un freno alle divisioni di queste settimane. Ma la speranza più grande, una volta che la legge sarà votata e approvata, quando sarà finito il clamore delle polemiche e si saranno placati gli intransigenti dei due schieramenti, è che sul “fine vita” di ognuno di noi si possa continuare a decidere come si è sempre fatto nella vita reale: sul filo del mistero, della discrezione e della compassione, affidando la sorte dei malati e le loro sofferenze uniche e irripetibili all’amorevolezza dei parenti e al buon senso dei medici, non alla cieca volontà di un legislatore.

25 febbraio 2009

Articolo pubblicato sul Mattino del 25 febbraio 2009
 
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