La città fantasma cinese costruita per milioni di persone e rimasta vuota

Strade larghe come fiumi, piazze monumentali, luci notturne accese per nessuno. In Cina esistono quartieri pensati per folle che non sono mai arrivate. Cammini e senti l’eco: non di fantasmi, ma di promesse rimandate.

La città fantasma cinese costruita per milioni di persone e rimasta vuota
La città fantasma cinese costruita per milioni di persone e rimasta vuota

Le città fantasma cinesi non nascono dal nulla. Sono il frutto di una bolla immobiliare gonfiata per anni. I governi locali hanno spinto su terreni e infrastrutture. Il PIL ringraziava. Le proiezioni demografiche sembravano dalla loro. Poi la realtà ha frenato.

Funziona così. Il Comune vende suolo. Gli sviluppatori costruiscono quartieri interi. Arrivano strade, ponti, linee di metropolitana. Sulla carta è crescita. Sul terreno è spesso vuoto. Chi dovrebbe trasferirsi trova barriere. Prezzi alti. Redditi fermi. Regole di hukou che limitano servizi a chi non è residente. Il risultato è un limbo urbano.

I numeri aiutano a capire la scala. Il mattone vale, secondo stime prudenti, quasi un quarto dell’economia nazionale. I dati ufficiali segnalano oltre 700 milioni di metri quadrati di alloggi invenduti nel 2024. La popolazione ha iniziato a calare. Le nuove famiglie si formano più lentamente. Sulle abitazioni vuote circolano stime diverse. Nessuna è definitiva. Una cosa però è chiara: l’offerta ha corso più della domanda.

Intanto città nuove mostrano piazze perfette e stadi senza code. Centri commerciali con ascensori lucidi e pochi negozi aperti. Scale mobili che portano al silenzio. La urbanizzazione qui non è solo una curva su un grafico. È l’attesa, testarda, di vedere arrivare vite reali.

Ordos, il miraggio di Kangbashi

Il simbolo ha un nome: Ordos. Precisamente il nuovo distretto di Kangbashi, nell’Inner Mongolia. Era il progetto vetrina. Ampi boulevard a sei corsie. Piazza spettacolare. Museo, biblioteca, teatro d’opera. Uno stadio che sembra un’astronave. Spesso si dice “costruita per un milione di persone”. Le stime ufficiali variano, ma l’ambizione era quella: accogliere centinaia di migliaia di nuovi residenti.

All’inizio è arrivato poco. Palazzi venduti sulla pianta. Finestre spente. Taxi fermi. “Oggi tre corse”, raccontava un autista a un collega, di sera, vicino al museo. Poi qualcosa si è mosso. Negli ultimi anni alcune scuole si sono riempite. Uffici pubblici hanno portato impiegati. Ma l’ossatura resta più grande del suo respiro. Il quartiere vive a macchie. Un isolato pulsa, il successivo dorme.

Quando l’urbanizzazione corre più della vita

Non è una storia isolata. Yujiapu, il “Manhattan di Tianjin”, ha impiegato anni per accendersi. Zhengdong a Zhengzhou oggi è meno vuota di ieri. Kunming, area di Chenggong, sta colmando spazi. A volte il tempo riempie. Altre volte no. Nel frattempo, il crollo di grandi developer ha tolto ossigeno al settore. Le amministrazioni provano strade nuove: acquisti pubblici di invenduto, affitti calmierati, conversione ad alloggi sociali. È un inizio. Servono anche servizi, lavoro, scuole, cliniche. In una parola: comunità.

La domanda vera è semplice e scomoda. Che cosa fa una città, città? Non i render o le facciate. Le persone che la attraversano. Un bambino che corre in cortile. Un negoziante che apre alle sette. Forse la lezione di Kangbashi è questa: il progresso non è metri cubi, è tempo speso bene. E allora immaginiamo una sera, vento leggero sulla piazza. Le luci si accendono. Da una finestra parte una radio. Quella nota, da sola, vale più di qualsiasi torre. Quando arriverà, sapremo che la città, finalmente, respira.

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