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Selfie dallo spazio: chi è stato il primo astronauta a girare l’obiettivo verso di sé?

Un casco dorato che riflette la Terra, un cavo che tiene al sicuro, il nero assoluto tutt’intorno. Prima degli smartphone e dei filtri, qualcuno ha provato a dire “io ero qui” dal vuoto orbitale. E quel gesto, semplice e testardo, è diventato una piccola rivoluzione umana.

Selfie dallo spazio: chi è stato il primo astronauta a girare l’obiettivo verso di sé?

Il selfie nello spazio non nasce da un capriccio digitale. Nasce dall’istinto di lasciare un segno. Non più verso un tramonto o un monumento, ma contro il buio che avvolge il pianeta. Per capire chi ha girato per primo l’obiettivo verso di sé, bisogna tornare agli anni in cui la NASA testava ogni vite e ogni gesto. Tute rigide. Guanti spessi. Pellicola limitata e preziosa. Nessuna anteprima sullo schermo. Ogni scatto aveva un costo e un rischio.

La nascita del selfie spaziale

Siamo a metà anni Sessanta. I programmi Gemini studiano l’attività extraveicolare (EVA): uscire dalla capsula, lavorare, rientrare vivi e lucidi. Gli astronauti non devono “giocare” con la macchina fotografica; devono imparare a usare corrimano, moschettoni, punti d’appoggio. Eppure, sotto quella disciplina, resta una scintilla personale. Un desiderio quasi infantile: provare se si può. Vedere se “viene”.

Il primo autoritratto spaziale

Il punto svolta arriva nel novembre 1966, durante Gemini 12. La missione dura quattro giorni. In orbita a circa 250–300 chilometri d’altezza, a oltre 28.000 chilometri orari, un astronauta si muove fuori dalla capsula. Ha studiato sott’acqua per mesi come contenere la fatica. Ha una Hasselblad in mano, con pellicola da 70 mm. E non ha un piano per autoritrarsi. Ma si ferma un istante. Ruota la camera. Calcola a occhio la distanza, la luce crudele, il riflesso della visiera.

Il primo vero autoritratto spaziale

È così che nasce il primo vero primo autoritratto spaziale. L’autore è Buzz Aldrin. Sì, proprio lui, che tre anni più tardi metterà piede sulla Luna. L’immagine è imperfetta, un filo sfocata, sporca di realtà. Nella visiera si legge la curvatura della Terra. Si intuisce il volto concentrato. C’è l’oscurità che non perdona, e il pianeta che sembra vicino come una palla di vetro. Non era nella lista ufficiale degli scatti. Era un test. Era anche un atto umano, diretto, ingenuo e potentissimo.

Perché quel gesto conta ancora

Quella foto dice che l’esplorazione non è solo traiettorie e checklist. È identità. È il corpo che abita una tecnologia. Dopo tanti EVA difficili, Gemini 12 dimostra che si può lavorare fuori, con metodo e calma. E il selfie di Aldrin lo racconta meglio di un rapporto tecnico. Mostra un professionista, non un eroe di cartapesta. Un lavoratore dell’orbita che, per un attimo, ci invita a guardare con lui.

Dai rullini alla Cupola della ISS

Da lì in poi cambia lo sguardo. Oggi gli autoscatti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) sfruttano le grandi finestre della Cupola. Le GoPro volano, i tablet aiutano a comporre, la luce filtra morbida. Le immagini sono spettacolari, pulite, condivise in tempo reale. Eppure la prima foto di Aldrin resta irripetibile. Ha la grana dei pionieri. Non chiede applausi: testimonia. Dice “ci siamo arrivati” senza urlare.

Il significato del selfie spaziale

Se scorriamo quel fotogramma, vediamo anche noi riflessi, minuscoli, nello stesso casco. Forse è questo il punto: ogni selfie racconta un io. Quello, nel silenzio orbitale, racconta un noi. Da quale finestra, domani, proveremo a guardarci ancora una volta dall’esterno?

Delania Margiovanni

Laureata in Giurisprudenza, cambio strada quasi subito e dal 2008 lavoro sul web. Un ambiente dinamico che mi ha insegnato il valore della ricerca continua, della curiosità e della capacità di rimettersi sempre in gioco. È proprio qui che ho scoperto quanto si possa imparare ogni giorno, esplorando temi nuovi e lasciandosi guidare da passioni che evolvono nel tempo. La lettura resta, da sempre, il mio hobby del cuore.

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