Una città quieta, un inverno che si allunga, un nome che resta. A Foligno, il 20 febbraio, la vita di Sabjan Ballici si è fermata a 24 anni. Un dolore iniziato meno di sette mesi prima, un labirinto di visite e speranze, e una famiglia che oggi chiede perché. In mezzo, le crepe di un sistema che a volte non vede, non sente, o semplicemente arriva tardi.
A Foligno lo sanno tutti: le storie corrono veloci, soprattutto quando hanno il peso della perdita. Qui parliamo di un ragazzo di 24 anni, di una malattia dura — un tumore allo stomaco — e di un percorso breve e spietato. Sabjan è morto il 20 febbraio, dopo un’escalation di sintomi che, secondo i familiari, non ha trovato risposta adeguata. Lo dicono senza giri di parole: ci sono state dimissioni ospedaliere ripetute, accessi e ritorni a casa, poi la diagnosi, poi il tracollo. La famiglia ha presentato una denuncia. Le responsabilità, però, le stabiliranno le verifiche formali. Al momento non ci sono esiti ufficiali.
In Italia il cancro gastrico colpisce circa 13-14 mila persone ogni anno. Sotto i 30 anni, è raro: meno dell’1-2% dei casi. Rarità non significa impossibilità. E, quando capita in età giovane, spesso viaggia veloce. I segnali? Dolore epigastrico, nausea, perdita di peso non spiegata, anemia, stanchezza che non passa. Non sono segnali “esotici”. Sono quei disturbi che tanti di noi attribuiscono a stress, gastrite, una vita sregolata.
Meno di sette mesi tra i primi sintomi e la morte. In mezzo, una serie di passaggi sanitari su cui la famiglia di Sabjan solleva dubbi: sarebbero avvenute più dimissioni dal pronto soccorso con consigli di terapia sintomatica. Questa è la loro versione. Al momento non ci sono documenti pubblici che raccontino il dettaglio di ogni accesso, l’esito degli esami, le motivazioni cliniche delle dimissioni. È un punto cruciale, perché distingue l’errore dal tragico destino.
Nel frattempo, un pezzo di verità già c’è: la diagnosi è arrivata, ma tardi. Un percorso diagnostico efficace per questi casi di solito passa per una gastroscopia in presenza di “campanelli di allarme”: sanguinamento, calo ponderale rapido, anemia marcata, vomito persistente, dolore che peggiora. In assenza di segnali netti, può scattare l’attesa. Ed è lì che il tempo si spezza: tra ciò che appare “non urgente” e ciò che, in realtà, sta correndo.
La sanità locale è fatta di medici, protocolli e stanze piene. Non è semplice. Ma esistono margini chiari: rivalutare chi torna più volte con gli stessi sintomi, leggere i pattern, attivare un fast track per gli esami. In Umbria, come altrove, si lavora su percorsi brevi per sospette neoplasie. Funzionano quando scattano in tempo. Quando scattano.
Se oggi la famiglia denuncia, chiede due cose: verità e garanzie per gli altri. Che non si chiuda tutto con un “è andata così”. È una richiesta legittima. Non cerca un colpevole a ogni costo. Cerca di dare un senso a una perdita enorme, e magari di impedire che un altro ventenne entri ed esca dal PS con lo stesso dolore al petto e lo stesso sguardo stanco.
Dentro questa storia ci sono parole pesanti — Foligno, giovane di 24 anni, tumore gastrico, dimissioni ospedaliere, famiglia — ma quello che resta è una domanda semplice: quante volte, davanti a un sintomo che non molla, accettiamo la spiegazione più comoda? Forse la lezione è tutta qui: pretendere ascolto, stabilire continuità di cura, non normalizzare il dolore che cambia la vita. E, quando torniamo a casa la sera, accorgerci di quel silenzio in corsia, delle panchine di plastica in sala d’attesa. Parlano più di noi. E chiedono tempo. Quello che Sabjan non ha avuto.