Una voce alla radio, un tema antico che torna nuovo: quando la memoria pubblica incontra la politica, le parole scaldano più dei titoli. Moni Ovadia interviene, e lo fa a modo suo: netto, ironico, senza giri di frase. Da qui parte un confronto che riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori.
C’è una frase che resta addosso: “Il fascismo è un crimine, non un’opinione”. Moni Ovadia la pronuncia a Battitori liberi, su Radio Cusano. Non è un vezzo retorico. È la chiave con cui legge il caso della clausola antifascista della fiera “Più libri più liberi”, finita al centro di accuse di “censura”. Prima di discutere di moduli e bollini, Ovadia insiste sul principio. Un evento culturale, dice, ha il diritto-dovere di tracciare una soglia: dentro il perimetro costituzionale, fuori l’apologia.
Il punto scotta perché non riguarda solo gli editori. Tocca il ruolo delle istituzioni. Qui l’intervento si fa tagliente. Ovadia chiama in causa Ignazio La Russa, oggi Presidente del Senato. E affonda: “È lì perché hanno vinto gli antifascisti. Basta con il gioco del duce”. La battuta è feroce, ma il bersaglio è noto: il vezzo nostalgico, i rimandi al Ventennio, quella estetica da memorabilia che in Italia riappare a ondate. È teatro? È identità? È marketing politico? La domanda resta sospesa.
Prima di arrivare allo scontro, vale una cornice giuridica. La XII disposizione finale della Costituzione vieta la riorganizzazione del partito fascista. La cosiddetta legge Scelba (1952) punisce l’apologia del fascismo. La legge Mancino (1993) colpisce l’istigazione all’odio razziale e i simboli dell’estremismo. Non sono mozioni morali: sono norme penali, applicate da decenni in sentenze, sequestri e Daspo. A questo si appella chi difende la clausola: non una lista nera, ma una coerenza con l’ordinamento.
Il nodo della clausola antifascista
Che cos’è, in pratica? Una dichiarazione con cui gli espositori si impegnano a rispettare i valori democratici e a non promuovere ideologie e simboli del Ventennio. Strumento perfettibile, certo. Ma non inedito. Nel 2019 il Salone del Libro di Torino affrontò un caso simile con una casa editrice vicina all’estrema destra, tra ricorsi e polemiche. Le fiere culturali non sono tribunali, ma fissano standard: come quando chiedono carte in regola su lavoro, sicurezza, pagamenti. Qui si chiede aderenza ai principi costituzionali. Non tutto, però, è chiarito: i criteri operativi, i confini tra saggio storico e proselitismo restano materia delicata. Meglio dirlo apertamente, per evitare zone grigie.
Memoria pubblica e ruolo delle istituzioni
Ed eccoci al cuore. Quando Ovadia punge La Russa, non contesta una persona. Ricorda un patto. La seconda carica dello Stato incarna una comunità nata dalla Resistenza. È naturale aspettarsi sobrietà simbolica, distanza dagli ammiccamenti, parole che uniscano. Si può discutere di tutto, perfino di come insegnare il Novecento. Ma non si può giocare con i fiammiferi vicino alla carta della democrazia. La scena pubblica, oggi, è saturata di segnali: una posa, un cimelio, un like sbagliato. È poco? È tantissimo.
C’è chi sente odore di bavaglio ogni volta che spunta una regola. Altri, al contrario, vedono in ogni strappo un preludio al baratro. Forse la misura sta in mezzo: fermezza sui principi, libertà massima nella critica, zero indulgenza per l’apologia. Il resto è stile e responsabilità. In una sala piena di libri, nessuno teme le idee. Temiamo, semmai, i giochi di ruolo con un passato che brucia ancora. E allora: vogliamo una politica che sfoggia cimeli, o una politica che fa i conti con la storia guardandola negli occhi, senza scenografie? La risposta non è un hashtag: è un gesto quotidiano, nostro, quando chiudiamo la radio e decidiamo da che parte stare.