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Primo scontro diretto fra le camicie rosse e l'esercito

Qui Bangkok: la rivoluzione
ha versato il primo sangue

di Massimo Morello BANGKOK - A Bangkok la rivoluzione surreale è diventata reale. Almeno per un’ora, nella notte di sabato 10, attorno all’incrocio di Khok Wua, a pochi passi dal Democracy Monument, nello storico quartiere di Dusit. Tra le 21 e le 21.30 gli scontri tra l’esercito e le camicie rosse, i manifestanti che da oltre un mese chiedono lo scioglimento del parlamento e il ritorno alla democrazia, sono diventati più violenti. Chi abbia versato il primo sangue non si sa. E’ sicuro che hanno sparato da entrambe le parti, che i soldati non hanno usato solo proiettili di gomma e che i manifestanti non erano armati solo di bastoni e molotov ma anche di fucili d’assalto e granate. Mezz’ora più tardi era tutto finito. Attorno all’incrocio erano abbandonati 3 Hummer e 4 blindati che i rossi stavano smontando pezzo per pezzo. Sull’asfalto qualche pozza di sangue e brandelli di carne delimitati da bastoni di bambù e onorati con bastoncini d’incenso infilati in una mezza bottiglia d’acqua.

Alla fine della giornata, verso mezzanotte, si contavano 18 morti: 2 soldati, 8 camicie rosse,  sette “civili” e un reporter dell’agenzia Reuters, Hiro Muramoto. I feriti erano circa 800. Ma entrambe le cifre sembrano destinate ad aumentare. Nelle ore precedenti, per tutto il pomeriggio, in quella stessa zona, considerata l’epicentro della rivolta, e in molte altre parti della città, si erano succeduti scontri e scaramucce tra manifestanti, forze dell’ordine ed esercito. Ma tutto sembrava continuare a svolgersi “alla maniera Thai”. In alcuni casi l’esercito aveva fatto uso di una nuova arma: i “sonic guns”. Ossia automezzi su cui erano installati enormi altoparlanti che sparavano musica a tutto volume. Doveva essere un modo di indurre tutti alla calma, ricordare che erano “tutti Thai”, come ha dichiarato qualche giorno fa il generale Anuping Paochinda, comandante in capo del Royal Thai Army. A un certo punto avevano trasmesso anche “Imagine”, di John Lennon.

Sembrava quasi possibile immaginare che prevalesse quello spirito thai sintetizzato nell’espressione “Mai pen rai”, non prendertela, la filosofia del Sanuk, quell’idea di divertimento che al tempo stesso chiarisce e confonde la nostra percezione di questo paese. Ogni tanto, alla Suan Miskawan, un altro degli incroci caldi che circondano la zona, il confronto tra rossi e soldati sembrava riaccendersi, ma era subito smorzato da iniziative tanto provocatorie quanto disarmanti: un uomo che si siede su una seggiola di plastica di fronte alla prima linea dei soldati mangiando una zuppa, una donna che passa di fronte ai soldati cercando di imboccarli di cucchiaiate di noodles da sotto la visiera. A quell’ora, del resto, i rossi stavano cenando nei baracchini allestiti ai margini delle strade, mentre i soldati si passavano le confezioni termiche col rancio. Nel cielo sopra Bangkok gli elicotteri dell’esercito erano disturbati dal volo di centinaia di lanterne, come quelle sono lanciate durante la festa di Yi Peng, nella notte di luna piena del secondo mese del calendario lunare Thai: un modo di affidare agli Spiriti le proprie speranze. Oltre gli stereotipi del pittoresco locale, tutti i giornalisti presenti - che circolavano in assoluta libertà, segno evidente che non erano previste prove di forza da parte dei militari – erano costretti ad ammettere, tra un sorriso e l’altro, che la situazione sembrava essere gestita con freddezza da entrambe le parti.

Poi ha prevalso quello che i Thai condannano come “cuore caldo”, ossia l’incapacità di gestire le proprie emozioni. O forse, più probabilmente, qualcuno, sia tra i leader dei rossi, sia tra i comandi dell’esercito, ha voluto elevare il livello degli scontri per uscire da un’impasse che si stava prolungando troppo. Le manovre politiche in atto da entrambe le parti sin dalle prime ore del mattino di domenica sembrerebbero confermarlo. Ancora una volta ne hanno fatto le spese quelli che Pasolini chiamava «i figli dei poveri che vengono dalle periferie, contadine o urbane che siano». Ragazzi di vent’anni come Nak il soldato che mi ha chiesto una sigaretta, o come Nung la ragazza “rossa” che mi ha offerto una bottiglia d’acqua.

11 aprile 2010

 
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